GIORGIO
ZANETTI
FOTOGRAFO
Pioggia e fotografiaIl fotografo, si sa, è schiavo del meteo. Si spera sempre nella bella giornata di sole, con quella spruzzatina di nuvole giusto per far contorno, ma spesso non va così bene. Per esempio, io sto fotografando partite di rugby sotto la pioggia da cinque settimane.
Cinque settimane.
Le macchine fotografiche (e gli obiettivi, pure) non amano la pioggia, il freddo e l’umidità, in special modo da quando sono piene zeppe di circuiti elettronici sofisticatissimi: basterebbe un minuscolo rivolo d’acqua che si infiltra dalla fessura della scheda di memoria per ritrovarsi in mano un costosissimo fermacarte.
In più, la condensa che si può formare nel corpo macchina con rapidi passaggi di temperatura può essere fatale.
Infine, pochi sanno che esiste il fungo delle lenti, un malefico essere infestante che in contesti di altissima umidità attecchisce sul vetro ottico, si nutre delle sostanze antiriflesso posate su di esso e forma una patina filamentosa sulle ottiche che costringono alla lunga a gettare la lente nella pattumiera: è contagioso (per le altre ottiche) e praticamente impossibile da estirpare!
Non ci credete? Date un’occhiata e soffrite!
Per fortuna, i produttori e gli utenti si ingegnano per far sopravvivere al meglio l’attrezzatura, e non è difficile crearsi un corredo perfettamente resistente agli elementi.

Passo primo: tropicalizzazione.
La tropicalizzazione è un termine pomposo per dire che il corpo macchina o l’obiettivo sono resistenti alla pioggia, alla polvere all’umidità: questo grazie ad un gran numero di guarnizioni di gomma su ogni pulsante, ghiera, sportello e giunzione.
Tropicalizzazione = impermeabilizzazione? no.
La tropicalizzazione resiste a pressione atmosferica standard, ovvero l’acqua che si posa sulla macchina fotografica non penetra all’interno: sott’acqua, la pressione dell’acqua forzerebbe le guarnizioni ed entrerebbe lo stesso. Se volete fare snorkeling procuratevi una di quelle compattine impermeabili fino a 10 metri oppure una Nikonos. In sostanza la reflex tropicalizzata è come un automobile: potete usarla sotto la pioggia senza paura di un corto circuito, ma tuffarsi in un lago è un altro discorso!
In genere tutti i corpi di fascia medio alta sono tropicalizzati, e la cosa è molto ben pubblicizzata: molti si lamentano della scarsa resistenza delle Canon professionali in Antartide, io vi posso garantire che un corpo Nikon semipro è letteralmente anfibio. A completare il quadro questi corpi hanno anche un vero telaio di lega di magnesio (la stessa dei cerchioni in lega delle automobili) che offrono un grado di resistenza ancora superiore: la prossima volta che vi chiederete perchè alcuni corpi macchina costino prezzi insani vi risponderete da soli.
I corpi macchina di fascia più bassa non sono sicuramente tropicalizzati in alcun modo ed è meglio starci attenti. Tuttavia, visto il discreto grado di finitura che si riscontra anche nel corpo macchina più fetente, è inutile cadere in paranoia, perchè qualche goccia la reggerà lo stesso: tuttavia evitate di fotografare un’intera partita sotto pioggia battente…trovate il limite oltre cui è ragionevole scattare, insomma.
Passo secondo: Obiettivi.
Se con i corpi macchina è facile rimediare un corpo perfettamente stagno spendendo relativamente poco di più, il discorso si fa più complicato con le ottiche: solo quelle di classe più elevata sono ufficialmente tropicalizzate, e in genere sono completamente precluse all’utente amatoriale come al professionista in erba.
Tuttavia, anche se le nostre ottiche non sono ufficialmente definite tropicalizzate, ci sono alcuni indizi che ci dicono che alcune sono più adatte allo scopo che altre.
Primo segno, la costruzione: un’ottica di buon livello (non lo squallido zoometto 3.5-5.6, insomma) può avere tolleranze di costruzione abbastanza sottili da dimostrarsi resistente alla pioggia, con i giusti aiutini che vedremo nel prossimo paragrafo. Insomma, si guarda a occhio e si dice “uao, è un carrarmato” oppure “cavolo, sembra l’obiettivo di Hello Kitty” e si decide.
Secondo segno: alcuni obiettivi si estendono zoomando e/o mettendo a fuoco, altri rimangono sempre nella stessa forma e dimensione in qualunque caso. Nel primo caso, siete fregati: zoomando, fate un effetto pompa che risucchia polvere e sabbia nel corpo macchina, e la pioggia che si posa sul tubo esteso viene allo stesso modo portata dentro zoomando all’indietro: in pratica l’obiettivo diventa un cavallo di Troia a vostro discapito! Nel secondo caso invece avete un ottimo candidato.
Terzo segno: dato che in caso di nuvole pesanti la luminosità ambientale si riduce drasticamente, vi consiglio un obiettivo luminoso. In genere gli obiettivi luminosi sono proprio quella fascia di obiettivi di buona fattura che cerchiamo, quindi prendiamo due piccioni con una fava.
Riassumendo per fare un esempio, il mio fido 70-200 Sigma, pur non essendo ufficialmente tropicalizzato, si comporta benissimo sotto la pioggia semplicemente avvolgendolo con un sacchetto di plastica: costruzione in metallo molto solida, zoomata e messa a fuoco interne, tutti ottimi segni di una lente di qualità.
Dovendo spendere, direi di dare la precedenza al corpo tropicalizzato, per avere un accesso ai controlli più veloce, che con un sacchetto di plastica robusta avvolto attorno, non sarebbe facile.

Passo terzo: un pò di fantasia.
Come appena accennato, giocando d’ingegno si può aumentare considerevolmente la resistenza alle intemperie con piccoli accorgimenti: prima di tutto un buon sacchetto di plastica spessa e non traspirante, con degli elastici robusti è un sistema veloce ed economico per cavarsela, magari in momenti di emergenza (vedi aquazzone estivo). L’importante è non andare in economia, e metterlo bene (avvolgendo in particolar modo la giunzione obiettivo-corpo macchina). Attenti a non avvolgere il tutto troppo stesso per poter zoomare facilmente (a me spesso succede che il sacchetto finisce per “tirare” sull’anello di messa a fuoco, facendomi perdere alcuni scatti per fuori fuoco.
Il paraluce è d’obbligo.
Un altro buon stratagemma è quello di mettere un filtro, per proteggere un altro punto molto sensibile in cui vi possono essere probabili inflitrazioni.Tenete in tasca uno straccio per asciugare regolarmente il tutto, perlomeno per scaramanzia.
Seguendo queste procedure il mio equipaggiamento è sempre ok (di solito l’obiettivo è addirittura asciutto dopo una partita intera! Naturalmente è tutto a vostro rischio e pericolo, così come io corro il rischio ogni volta. Però per il senso di sicurezza basta spendere quel migliaio di euro in più ;)
0